Amarcord a 8-bit

Stavros Fasoulas. Ok. Che cos’è? O meglio, chi è?. Partiamo dalla fine. Il Sole 24 Ore ogni giovedì pubblica un supplemento molto interessante dedicato alle nuove tecnologie ed alle scienze, Nova24. Nel numero in edicola oggi, tra le altre cose, si parla di videogiochi. In particolare si raccontano un paio di storie interessanti dedicate ad alcuni game designer, uno italiano, l’altro giapponese. La professione del programmatore di videogiochi si è molto evoluta rispetto ai primi, pionieristici, esperimenti. Dalle cantine e dalle soffitte, si è passati a produzione di stampo cinematografico, per tipologia di prodotto e per budget di realizzazione. Resiste però nella memoria di molti trentenni la figura del game designer solitario, di quello che non coordinava un team di specialisti ma faceva (quasi) tutto da solo nella sua cameretta, cantina, soffitta o qualunque recondito anfratto fosse. Ecco, Stavros Fasoulas era uno di questi. 

E, a dirla tutta, è stato uno dei più geniali. Finlandese, oggi invisibile ed inafferrabile titolare della Terramarque (che, guardacaso, fa videogiochi, anche se non frequenta il mercato internazionale), è stato il programmatore che ha realizzato alcune pietre miliari del divertimento informatico. Una per tutti, questa (prego notare il commento musicale assolutamente fantastico). Stavros è rimasto nella mia memoria prevalentemente per un motivo: mi sono imbattutto nel suo nome leggendo alcune notizie su ZZap! la rivista leader del settore 8bit ai tempi del glorioso C64. In quell’articolo si parlava di un gioco che Stavros stava programmando, come al solito in solitudine, che avrebbe rappresentato una nuova rivoluzione ed avrebbe spinto le prestazioni del gioiello di casa Commodore a livelli impensabili. Quel gioco, di cui a dire il vero non ricordo il nome, avrebbe in particolare sfruttato una caratteristica che accomunava molti dei grandi capolavori dell’epoca: la parallasse. Il 3D puro sarebbe arrivato qualche tempo dopo; per rendere la sensazione della terza dimensione effettiva o per consentire preziosismi grafici in grado di estendere il campo volumetrico degli sprite disegnati, si usava questa tecnica che, di fatto, consiste nell’aumento di volume di un soggetto in funzione dello spostamento del punto di osservazione. Quando uscivano videogiochi con queste caratteristiche si gridava al miracolo. Non si trattava comunque di un’idea nuova dal momento che già nel 1942 Walt Disney aveva dipinto sei diversi “livelli” di albero su sei lastre di vetro e le aveva fatte scorrere una sull’altra, per creare la sequenza di apertura di un cartone animato che gli valse tre nomination agli Oscar, Bambi. Ancora prima, la parallasse era applicata nei teatri dei burattini; uno dei maghi di questa tecnica era Georges Melies, che da molti è considerato l’ideatore degli effetti speciali al cinema per il suo “Le Voyage Dans la Lune” del 1902. In verità Melies non faceva altro che filmare le stesse illusioni che creava in teatro, aggiungendo qualche sovraimpressione. Comunque, geniale.

L’attuale momento della storia del divertimento elettronica induce ad idolatrare figure come Hideo Kojima (ideatore della saga di Metal Gear Solid) od interi studi di produzione come Ubisoft (Assassin’s Creed), Team Ninja (Ninja Gaiden) ed altri. Ma c’è stato un tempo in cui esistevano dei visionari come Stavros Fasoulas, da molti ritenuto un genio rivaleggiato solo dal grande Shigeru Miyamoto, il papà di SuperMario. Per chi oggi ha raggiunto o da poco superato la soglia dei trent’anni, questi nomi, non del tutto noti al grande pubblico, rappresentano delle icone di un passato che non esito a definire mitico. Un passato in cui era facile pensare di poter cambiare davvero la propria vita, semplicemente scrivendo righe di (apparentemente) incomprensibile codice sulle tastiere di un computer. Da quelle informazioni così “segrete” sarebbero usciti fuori sprite ed animazioni, musica e colori. Quello era il tempo in cui dai nostri computer si pensava di poter davvero cambiare le cose. Semplicemente perché tutto sembrava veramente possibile. Bastava premere un tasto. Bastava fare “press play on tape”.

 

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Info andrea
Andrea vive e lavora a Roma. Due figli, una moglie ed una serie infinita di gadget tecnologici per restare in contatto con il mondo e con se stesso.

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