Sì, io sono un webista

Sono abbastanza convinto che il tempo che stiamo vivendo sia indelebilmente segnato dalla rivoluzione digitale. Sono troppo giovane per poter pensare di fare paragoni con vicende che appartengono alla Storia, ma ho la netta sensazione che se avessimo davanti a noi un reduce della Rivoluzione d’Ottobre, probabilmente saremmo in grado di vedere e di percepire lo stesso sentore di cambiamento (a prescindere dagli esiti storici). Come la rivoluzione russa, anche quella digitale potrà sembrare, col senno di poi, un passaggio lungo, lento ed inesorabile; in realtà, come tutti i processi umani, è puntualmente scandito da precisi momenti. Di fatto, il nostro mondo digitale 2.0 è figlio dell’invenzione di Mosaic e di Movable Type.

Il primo, lo ricorderanno i più vetusti fra i web surfer (anche questa è una definizione a dir poco desueta), è il primo browser che si possa definire tale, effettivamente in grado di consentire una qualche forma di interattività con la rete; il secondo è la prima piattaforma disponibile agli internauti (anche qui l’archeologia fonetica fa la sua figura…) per la pubblicazione di contenuti autoprodotti: i blog. Quale il merito di questi due software? Consentire ad un NON specialista di affrontare la Rete, viverla ed uscirne con le ossa non del tutto distrutte. Poi è arrivato il tempo dei motori di ricerca ed il progressivo affinarsi dei loro sistemi di catalogazione; fino ad un gaio giorno del 1998 quando uno studente di Stanford, Larry Page, ha inventato PageRank. E PageRank è diventato Google. Il terzo passaggio epocale è stato rappresentato dalla trasformazione della musica e di altri media tradizionali in bit, successivamente messi online e condivisi. Il quarto passaggio, è l’addio all’informatica wired ed il passaggio al wireless ed ai dispositivi mobili. Tutti questi strumenti hanno consentito, e consentono tuttora, di fare esperienza della Grande Rete. Indubbiamente esiste una categoria di persone che, ancora oggi, si limita ad usare Internet per consultare gli orari dei treni o la programmazione del cinema vicino casa. Per questa categoria di utenti, i passaggi che abbiamo elencato rappresentano dei momenti slegati fra loro, ancorché astrattamente riconducibili ad internet. C’è invece una categoria, che possiamo definire dei “webisti”, che, ravvisata l’epocale rilevanza di quei momenti che abbiamo elencati e scartata come limitante l’idea di una Rete che fosse univocamente destinata a svolgere il ruolo di Pagine Gialle/Postino, utilizza la Rete per cambiare il mondo. Un cambiamento che non avviene, che so io, postando video di rivendicazioni religiose, ma considerando la Rete per quello che è: un movimento, un flusso.

Se guardiamo (geolocalizzando, è ovvio…) al dove/come/quando gli eventi che abbiamo assunto essere inevitabilmente consequenziali l’un l’altro, non possiamo che concludere che la patria culturale del webismo non può che essere la California. La cosa non è priva di un certo interesse e suscita qualche facile analogia. California come culla della controcultura, terreno di fioritura (è il caso di dirlo) del movimento hippy, a loro volta vicini all’idea della tecnologia come di uno strumento in grado di migliorare la nostra vita, rendendola più libera. Facile dunque arguire che se Stanford è vicino San Francisco, che se San Francisco (che, per inciso, è in California) è stata la casa madre della cultura hippy, ci deve essere qualcosa (nell’aria?) che collega la cultura webista alla sua controparte anni sessanta. Non è il sottoscritto che lo dice. Fred Turner insegna teoria della comunicazione a Stanford ed è sua l’equazione tra tecnofilia dell’università ed ambiente culturale californiano.

Se dico Steve Jobs e Steve Wozniak, inevitabilmente appare all’orizzonte una mela morsicata. Ma i fondatori di Apple, cresciuti a Cupertino, studenti mai arrivati alla laurea, prima ancora di dare vita alla loro creatura, inventarono l’antesignano del download gratuito. Nel 1976, Jobs e Wozniak realizzarono un apparecchio in grado di scroccare letteralmente alle compagnie telefoniche, minuti di conversazioni interurbane. Veniva venduto nel loro campus universitario a 100 dollari. La Rete, la comunicazione doveva, e poteva, essere libera. Non solo. Manteniamo il focus su Apple. Date un’occhiata a questo video. Venne messo in onda durante la diciottesima edizione del SuperBowl, la regia era di Ridley Scott. “Per la prima volta nella storia, abbiamo creato un giardino di pura ideologia” recitava il Grande Fratello che veniva abbattuto da un martello lanciato da una giovane atleta statunitense. Ci sono un pò di Pink Floyd e molto George Orwell (che forse era geek senza saperlo). Non a caso lo slogan era: perchè il 1984 non sarà come 1984. Al di là della finezza culturale, si svela un secondo totem della cultura webista, il crollo di culture ed ideologie utopiche. La rivoluzione webista è un processo realizzabile, ed i famosi 4 passaggi lo dimostrano. Abbiamo avvicinato in premessa webismo e rivoluzione d’ottobre; ora risolviamo il binomio trasformandolo in una contrapposizione tra realizzazione di un ideale ed ideologia utopica. Mescoliamo bene amalgamando con un poco di verità storica, et voilà, webismo. E’ una forzatura populista, ma mi piace pensare che Tim Berners Lee ha scritto il primo progetto del WWW nel 1989 sei mesi prima della caduta del muro di Berlino. Clay Shirky ha scritto che “se nessuno perde, non c’è rivoluzione”. Sono poche in effetti le industrie che non abbiano risentito dell’affermazione del web e della sua vigorosa penetrazione nelle nostre vite quotidiane. L’industria discografica, presto quella cinematografica, travel&leisure (sì insomma, i viaggi ce li prenotiamo da soli senza agenzia di viaggi). E poi c’è stata l’editoria.

Senza arrivare ad iPad ed a Kindle, in principio fu solo il tentativo di trasferire online la carta stampata. Le prime riviste ad apparire sul web sono state Slate, Salon, Feed e Suck. Internet era una manna per chi aveva scarso il dono della sintesi; si potevano pubblicare testi molto lunghi ed approfonditi svincolati dalle limitazioni grafiche ed economiche della carta. Altri, tenendo conto del tempo medio di permanenza di un utente davanti al proprio monitor, puntavano sulla sintesi, fornendo l’informazione nuda e cruda. Quando nel 2000 ci fu il crollo del Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici americano, cambiò qualcosa. Qualcuno, come Feed e Scuk, chiuse e nacque Plastic.com. Plastic ha dato il la al sistema rss qualificandosi come aggregatore di notizie. Gli utenti avrebbero postato commenti, link di articoli ritenuti interessanti e la discussione sarebbe stata aperta a tutti. Era la nascita dello user generated content, il futuro di internet, il nostro attuale presente 2.0. All’epoca il mondo non era del tutto pronto a recepire la novità; ma questo è un vecchio vizio del mondo, gli è sempre passato. Dopo sono arrivati siti come Boing Boing, fino all’anno scorso uno dei migliori secondo la sacra lista di Time. Ma soprattutto, e qui siamo sul nostro terreno, sono arrivati i social network e, con essi, milioni di parole messe online in puro spirito di libera condivisione. Un fiume di inchiostro digitale ha inondato la Rete, in un momento in cui la carta stampata subiva una involuzione concettuale ed una profonda crisi economica. Il social network, con le sue tonnellate di materiale (foto, playlist, geolocalizzazione, testi, video) ha realizzato due conseguenze fondamentali: la prima è stata la concretizzazione del sogno modernista dell’inclusione ed autorappresentazione delle masse. La seconda è stata la desacralizzazione della parola scritta. Queste due cose, una sommata all’altra, sono l’user generated content.

Tuttavia, si potrebbe dire che questa profonda relazione, anche se conflittuale, tra webismo e carta stampata induce a valutare una possibile contraddizione. Il webismo, lo abbiamo detto, è un movimento tecnofilo di stampo sinistroso intessuto di controcultura anni sessanta; nei primi anni 80 è stato facilmente asservito alla logica destrorsa dello yuppismo alla “Wall Strett” (il film di Oliver Stone). In ambedue i momenti, ed indipendentemente dalla sua possibile interpretazione financo politica, il webismo non è mai stato un movimento teso a costruire, a consentire una ripartenza. In fin dei conti è con un computer che, oggi, gli scrittori realizzano le loro opere. Il webismo non è abbattere il mercato dell’editoria; quel che deve essere abbattuto è l’elitarismo della cultura e le disuguaglianze che ne derivano. Non è controcultura, è vedere le cose con occhi diversi. Al movimento webista può essere mossa una critica. Spesso si è sentito dire che la Rete deve essere USATA di più. Ma la Rete non è un martello, non è un cacciavite od un utensile qualsiasi. E’ uno strumento, questo sì, ma è uno strumento di libertà che deve essere utilizzato per migliorare la nostra condizione attuale, qualunque essa sia. E’ uno strumento di elevazione, in grado di buttare giù pregiudizi, conformismi. Insomma, torna utile se uno decide di cambiare il mondo.

Louis Rossetto, uno dei fondatori di Wired, una volta ha detto: la rivoluzione russa è stata un gioco da ragazzi rispetto ai cambiamenti prodotti dalla rivoluzione digitale. Vero. Certamente, questo non significa che un blogger, domani mattina, ci punterà contro una stampante e ci legherà ad un palo con un cavo usb per farci fuori come oppositori del regime. Il senso di questa affermazione risiede nel fatto che l’errore che molti convinti bolscevichi fecero fu quello di ritenere che, abbattuto il vecchio potere, quello nuovo sarebbe stato costruito ad immagine e somiglianza dei migliori tra loro.

Ma la rivoluzione non è una questione di aspirazioni personali e nella realtà il web è diverso da quello che sogniamo possa essere. E’ questo il messaggio nuovo del webismo. Il web è qualcosa di concreto, e il suo destino, disegnato in pixel e parole, si decide in un mondo fatto di carne ed acciaio. E’ per questo che io mi sento un webista. E’ per questo che io so di poter davvero cambiare le cose. Ora ne ho lo strumento. La volontà è solo mia. E di chi vorrà.

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Info andrea
Andrea vive e lavora a Roma. Due figli, una moglie ed una serie infinita di gadget tecnologici per restare in contatto con il mondo e con se stesso.

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