La questione Wikileaks

La questione Wikileaks ha raggiunto insperati vertici di interesse negli ultimi giorni. Molti giornali nazionali hanno scritto degli eventi che hanno interessato Julian Assange, il padre fondatore di Wikileaks, alcuni settimanali, come Internazionale, hanno approfondito il tema ed hanno raccontato, seppur con molti condizionali, la storia di questo personaggio. Questa situazione ha, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, amplificato ancor di piu’ il ruolo e lo spazio che la rete occupa nelle nostre vite; le storie e gli eventi che nascono in rete sono una volta ancora affrancati dal loro status di informazioni per addetti ai lavori od appassionati; diventano quotidiano terreno di informazione e di confronto, escono dalla nicchia in cui, fino a non moltissimo tempo fa a dire il vero, erano rintanati e si affermano come quotidianità. In questo senso, la figura di Julian Assange ha dei meriti. E dunque, un punto per lui.

 

Poi c’è Wikileaks e la sua attività di divulgazione. La questione legata all’opportunita’ di pubblicare le notizie che vengono raccolte dal sito di Assange non è materia per queste pagine. Piu’ interessante, credo, sia la risposta che Wikileaks dà alla crisi di identità del giornalismo investigativo. Il problema che, mi pare, caratterizza l’attuale momento della professione giornalistica è l’assenza, o la scarsità (più onestamente) di inchieste approfondite. Accade, dicevamo, alquanto raramente per il giornalismo “stampato”; nel nostro Paese sono poche le occasioni in cui è possibile leggere accurati reportage. Meglio il giornalismo internazionale, e, soprattutto, quello americano, da sempre battistrada in materia. Poi, un bel giorno, arriva Wikileaks e, prima in sordina, poi in pompa magna inizia a scartabellare informazioni su guerre, regimi dittatoriali, sette para-religiose. La rete, dunque, diventa il luogo privilegiato per il ritorno del giornalismo inteso come racconto di fatti e di storie? Probabilmente sì, se si considera per un momento la platea virtualmente infinita a cui si rivolge e la possibilità per le storie pubblicate di rimbalzare da un capo all’altro del mondo attraverso il tam tam dei trackback dei siti Internet. E dunque, due punti per Julian Assange.

 

Ma cos’è Wikileaks? Come funziona? Se ci basassimo esclusivamente sulla denominazione del sito, dovremmo dedurne che si tratta di un wiki e dunque di una struttura che ha dei meccanismi partecipativi, per farla breve, Wikipedia-like. Io scrivo un articolo su un argomento, lo pubblico, chi lo legge può intervenire modificando alcune informazioni, correggendo gli errori, inserendo delle immagini. Niente di tutto questo. Wikileaks è una struttura chiusa, partecipativa nel senso che il flusso di informazioni viene indirizzato dalla Fonte al Giornalista/Raccoglitore, il quale, vagliata l’opportunità e la bontà del materiale, pubblica. Zero interazione, zero condivisione, zero possibilità di intervento da parte del pubblico. Leaks sta per “falla”, o meglio, “fuga di notizie”. Se mescoliamo bene ed agitiamo un poco troviamo la soluzione al nostro problema interpretativo: il primo oggetto di condivisione è rappresentato dalla fuga di notizie in sè, dall’evento “fuga di notizie”, non dalla notizia. Ma questa considerazione non toglie debolezza all’impianto organizzativo di questa struttura. Se sono un lettore attento, critico quanto basta (nel senso che ho a cuore l’idea che di un fatto occorre farsi prima un’opinione e poi un convincimento), mi faccio un paio di domande sul come certe notizie vengano a galla e che tipo di policy sia stata adottata per acquisire certe informazioni. E qui il nulla. Wikileaks diventa opaca, poco incline a rivelare i propri meccanismi valutativi, scarsamente propensa a partecipare al lettore con quali mezzi e strumenti sia entrata in possesso delle notizie che racconta (senza, ovviamente, rivelare in alcun modo la fonte, crimen giornalistico per eccellenza). Peraltro, la delicatezza e l’importanza, mi verrebbe da dire, storica delle rivelazioni del sito, imporrebbe (il condizionale è d’obbligo) l’attivazione di filtri ben diversi dal semplice “questa è roba forte” che mi consente di “prendere a calci i bastardi ” (estratto dall’Assange pensiero). E dunque, un punto in meno per loro.

 

Da qui nasce un secondo problema: se sono un lettore attento e critico, ho una seconda domanda da fare e da farmi: non conosco le modalità di acquisizione delle notizie e Wikileaks fa di tutto per tenermi all’oscuro al grido di “guarda qua e lascia perdere il resto” (molto elementare). Ma, dunque, posso dubitare dell’autenticità delle notizie che leggo? Torno a ripetere: se ho l’abitudine di tenermi informato, perchè compro un quotidiano, perchè uso Internet, perchè utilizzo un aggregatore RSS, perchè uso iPhone/iPad, insomma se lo voglio davvero, le notizie mi raggiungono, almeno nelle loro connotazioni generali. Wikileaks mi parla di Afghanistan, di regimi dittatoriali africani, di Scientology e farcisce queste informazioni con segreti e rapporti, dettagliati certo, per alcuni versi più che interessanti, rivelatori, ma noti. Wikileaks parla di cose note. L’inchiesta si ferma alle sue ottime premesse. Non approfondisce, perchè non c’è commento, non c’è rielaborazione nel senso più pulito del termine che sta a significare, critica degli eventi ed inserimento degli stessi in contesti in grado di stimolare l’interesse di chi legge. Il fascino della sbandierata segretezza delle notizie riportate è un buon aperitivo di cui si perde il gusto strada facendo. E allora, un altro punto in meno e palla al centro.

 

Julian Assange è un borioso. E’ un uomo che alcuni ritengono affascinante, ma che ha fascino se la cosa che fa è affascinante in sè. Preso singolarmente è un uomo che sta faticosamente cercando di costruirsi una qualche forma di dignità evangelica che in verità la rete possiede “a prescindere”. In questo senso, la missione, come la definisce lui stesso, di divulgatore di segreti è un tentativo di creare un alone di leggenda attorno a se stesso (condito dalla frammentarie notizie sul suo passato e sul suo ambiente di formazione) di cui francamente possono saziarsi solo le schiere di coloro che venerano il profeta senza cercare di vedere un poco al di là del suo messaggio. Internet è un luogo di libertà e come tale ha già in sè, connaturata, la capacità di diffusione. Noi tutti siamo creatori di contenuti che, nel momento in cui entrano nel flusso delle informazioni perdono, di fatto, una paternità certa per divenire proprietà di una comunità. Assange, che si professa, fra le altre cose, un hacker di consolidata esperienza (un paio di racconti o informazioni su quali siti ha violato, quali falle ha trovato, cosa si è inventato no eh?) sicuramente conosce questa verità. 

 

Insomma, è un bene che esista Wikileaks ed è un bene che continui a diffondere notizie. Sarebbe opportuno che tutto questo fosse confortato da un senso critico diverso, davvero tale, da una capacità di indagare per primi la notizia, il che presuppone un minimo di talento giornalistico che francamente il collaboratore di una sperduta testata svedese come è Assange, non può avere. Wikileaks dovrebbe allora trasformarsi davvero in un wiki e consentire al pubblico dei lettori di intervenire fattivamente anche nel processo di valutazione della bontà del materiale, sottostare al giudizio critico del singolo lettore ed alimentare una conoscenza delle cose che passa anche per il confronto. Non basta pubblicare segreti; occorre valutare l’impatto della loro divulgazione, la portata e l’entità della notizia e capire come, dove e quando si inserisce. Allora, solo allora, potremo considerare Assange quello che l’albino alfiere della verità professa di essere: un profeta dell’informazione al tempo di Internet.

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Info andrea
Andrea vive e lavora a Roma. Due figli, una moglie ed una serie infinita di gadget tecnologici per restare in contatto con il mondo e con se stesso.

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