Google affaire

Negli ultimi giorni ho sfogliato con molta attenzione le pagine dei quotidiani ed ho controllato con una certa assiduità i relativi siti internet, alla ricerca di informazioni utili in ordine alla vicenda Google/Verizon. La questione dell’accordo tra le due companies ha prodotto alcuni interessanti interventi in merito, che, a mio giudizio, meritano un approfondimento e qualche considerazione. Il fatto è noto: l’accusa mossa a Mountain View è quella di aver posto le basi per una vera e propria discriminazione digitale basata sulla differenziazione tra utenti “normali” ed utenti “premium”. Lo strumento attraverso il quale questa apartheid digitale si dovrebbe realizzare è rappresentato dalla gestione dei flussi di informazione diretti verso i singoli device; più specificatamente, e qui entra in gioco Verizon, una delle majors della telefonia americana, l’accesso ad alcuni contenuti sarebbe (sarà?) di esclusivo appannaggio di quegli utenti (forse sarebbe più opportuno chiamarli clienti) che saranno abbonati con Verizon stessa. Per tutti gli altri, anche laddove quegli stessi contenuti fossero comunque raggiungibili o rintracciabili, l’accesso sarebbe, quanto meno, lento e difficoltoso. Dunque, la logica alquanto semplice del ragionamento sottintende maggiore velocità e maggiori quantità e qualità di informazioni ad utenti che si siano resi disponibili a pagare o pagare “di più”.
La prima accusa che viene mossa a Google è quella di avere tradito se stessa. Nel documento che accompagna Google sin dal suo approdo in Borsa, la linea guida dell’azienda è”don’t be evil”, non essere malvagia. Indubbiamente, come bene hanno scritto Christian Rocca e Marco Magrini su “IlSole24Ore” di giovedì 12 Agosto, è passata molta acqua sotto i ponti di BigG e molti eventi hanno ridisegnato le strategie comportamentali e di marketing di un’azienda che, ancora oggi, è considerata quella con la più elevata reputazione tra quelle della ex new economy. In realtà le trasformazioni cui Google (si) è sottoposta ed ha affrontato nel tempo sono direttamente proporzionali alle trasformazioni proprie del mondo digitale. Google nasce dal basso, da una stanzetta di un campus universitario, inizialmente destinata a fungere solo da indicizzatore e motore di ricerca; oggi a Google fanno capo alcuni progetti di assoluta rilevanza come Android, il primo OS per quota di mercato nel settore dei dispositivi mobili, un browser dalle interessanti prospettive come Chrome e, presto, un intero sistema operativo, Chrome OS. Insomma, forse nemmeno Google sa esattamente quando e come diventerà grande. E’ dunque nella natura di Google, ingigantitasi sicuramente al di là delle pionieristiche premesse dei suoi esordi, pestare i piedi ai propri vicini (Apple, Microsoft) od ai propri stessi utenti. E dunque quel “don’t be evil” dovrebbe trasformarsi in un “don’t be TOO evil” finalmente compatibile con i perimetri di business di una major che non è più un’avventura ma una realtà solida ed affermata. 
Questo assunto va inevitabilmente a scontrarsi, con clamoroso fragore, con la famigerata net neutrality. Che cos’é? E’ il principio in base al quale tutto il traffico Internet – contenuti, piattaforme, siti – dovrebbe essere trattato allo stesso modo dai gestori delle reti. Oggi l’utente paga per avere accesso ad internet; i fornitori di contenuti pagano perchè i loro siti e perchè i loro servizi siano accessibili; gli Isp pagano per le connessioni. Chi avversa la net neutrality? I big delle tlc che gestiscono le reti, i quali vorrebbero il diritto di imporre ai fornitori di servizi un premio per accelerare i loro servizi rispetto ai rivali. Tra i favorevoli, invece, ci sono gli inventori del web, Vint Cerf e Tim Berners-Lee, che hanno sempre difeso la natura libera ed aperta della rete. E ci sono anche alcuni fra i big dell’hi-tech tra cui Yahoo e (guarda un pò chi si rivede) Google, favorevoli alla net neutrality per il timore di dover sottostare alle regole delle telecom.
E dunque, se Google è favorevole alla net neutrality, come spiegare il documento programmatico con cui i CEO di Mountain View e di Verizon hanno articolato in 7 punti il loro accordo commerciale, che molti ritengono essere la pietra tombale della libertà di accesso ai contenuti digitali? IlSole24Ore risponde a questa domanda in maniera probabilmente semplicistica, ancorchè tocchi alcuni punti che hanno una qualche forma di interesse. Punto primo: il modello di business di Google è esclusivamente ancorato alla pubblicità mirata ed ai conseguenti click degli utenti. Pertanto diviene quasi inevitabile cercare di dare luogo ad una qualche diversificazione del proprio modello di comportamento. Del resto la limitazione dell’accesso ai servizi è una modalità di gestione delle proprie fonti di reddito che passa attraverso una prima fase, rappresentata dalla restrizione all’accesso di alcune piattaforme/prodotti, ed una seconda fase, rappresentata dall’erogazione di servizi dedicati a determinate fasce di utenza. Per il primo caso si pensi alla politica di gestione dell’accesso a contenuti Flash dai device Apple, come è noto osteggiata da Cupertino e causa, oggi, di un confronto che si annuncia particolarmente aspro per la major californiana visto che nell’angolo opposto c’è l’Unione Europea (Bill Gates ne sai qualcosa?). Per la seconda fattispecie l’esempio fatto è quello delle attuali tv satellitari: vuoi vedere la tv generalista? nessun problema, niente canoni (a parte quello Rai), ti becchi la programmazione classica delle princiali reti televisive; vuoi vedere una partita di calcio? vuoi vedere qualche film in anteprima e senza pubblicità? bene, questi sono servizi premium, paga e vedi. Questa logica, che appare tanto stringente quanto semplice, si scontra con la natura stessa della rete e con l’innata democratizzazione dell’informazione che inevitabilmente presiede alle sue dinamiche. Lo sfruttamento commerciale della rete rappresenta una delle sue possibili evoluzioni, non è l’unica ed univoca direzione che internet può (deve?) prendere. 
Bene. E tutto questo come impatta sulla mia esperienza di navigazione quotidiana? Se non ho deciso di aderire ad un piano tariffario particolare, se, in altre parole, sono un utente “base” e non “premium”, potrei vedere progressivamente ridotta la mia capacità di navigazione per effetto di una contestuale e proporzionale riduzione della banda disponibile. La qual cosa, come si pu evincere dalle considerazioni precedenti, urta, e non poco, la suscettibilità di molti. Credo comunque che, a questo punto del discorso, sia necessario innestare una bella coppia di parentesi, di quelle tonde e grassotte. In un recente articolo apparso nel suo blog su Repubblica.it, Vittorio Zambardino (vedi anche qui) ha affrontato la questione dell’impatto delle novità potenzialmente derivanti dall’accordo Google/Verizon dal punto di vista di un utente medio italiano, cercando di tradurre nella nostra lingue (e nelle nostre “usanze” informatiche) alcune delle espressioni e dei concetti utilizzati dall’informazioni di oltreoceano. Abbiamo detto che l’accordo Google/Verizon mette a rischio la net neutrality e crea una profonda breccia nel democratismo internettiano per effetto delle “due velocità” di accesso a cui sarebbe sottoposto il traffico di rete. Ma come la mettiamo con il nostro Belpaese? La domanda di Zambardino è drammatica e tuttavia attualissima se si considera quanto giustamente afferma il medesimo Zambardino nel prosieguo del suo intervento: come può misurarsi con sfide di questo tipo un Paese per il quale il concetto di banda larga viene sempre e comunque espresso con verbi al futuro? L’interesse per la questione Google/Verizon assume pertanto delle connotazioni para-accademiche dal momento che postulato fondamentale del teorema delle “due velocità” è l’ampia disponibilità di connessioni veloci ad internet, cosa che definirei quanto meno latitante nella nostra Italia.
Dunque, credo, che l’argomento, interessante per alcuni versi ed indubbiamente destinato a costituire un punto di discussione importante nel futuro prossimo della “politica di internet” non rappresenti, per noialtri, nulla più di un interessante esercizio retorico, attesa la netta separazione che esiste tra alcuni Stati che hanno deciso di investire sullo sviluppo delle infrastrutture di comunicazione (e le cui economie saranno toccate nell’immediato da modelli di business in stile Google/Verizon), e Stati che sono ancora in netto ritardo nell’avvicinarsi alla superficie del problema.
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Info andrea
Andrea vive e lavora a Roma. Due figli, una moglie ed una serie infinita di gadget tecnologici per restare in contatto con il mondo e con se stesso.

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