Reverse Engineering…medievale

L’ingegneria inversa (spesso si usa il termine inglese reverse engineering) è il processo di prendere qualcosa e analizzarne in dettaglio il funzionamento, solitamente con l’intenzione di costruire un nuovo dispositivo o programma che faccia la stessa cosa senza in realtà copiare niente dall’originale; ovvero realizzare un secondo dispositivo, componente o programma in grado di interfacciarsi con il primo.

In senso stretto l’attività di ingegneria inversa consiste nella comprensione del funzionamento e della realizzazione di un dispositivo fisico o virtuale al fine di produrre il nuovo dispositivo, mentre il termine reingegnerizzazione comprende entrambe le attività, ovvero quella di analisi e quella di ridisegno.

In particolare, per affrontare seriamente il reversing nell’ambito dei software sono essenziali conoscenze di assembly, programmazione e logica.

In genere le pratiche di reversing vengono utilizzate quando una softwarehouse mantiene un codice proprietario per i suoi prodotti. A quel punto il reverser analizza i programmi e cerca di capirne il funzionamento senza avere a disposizione un sorgente. Alternativamente, il reversing viene applicato come forma di hacking, per permettere a dispositivi o a software di fare qualcosa per cui non sono stati progettati (come ultimamente sta succedendo con i lettori Mp3).

Spesso il reversing invece entra in gioco con i videogame, per crearne delle varianti multiplayer e modificate (non necessariamente crackate) per rendere l’esperienza di gioco più divertente; così infatti sono nati moltissimi delle versioni multiplayer di famosi videogame single player come GTA.

Il reverse engineering viene fatto comunemente per evitare di violare i diritti d’autore sulla funzionalità desiderata, e può venire usato per cercare di eludere unbrevetto, sebbene ciò sia un po’ rischioso: i brevetti si applicano alle funzionalità, non a loro specifiche implementazioni.

Il reverse engineering viene usato spesso dalle forze armate al fine di copiare la tecnologia di altre nazioni, spesso in congiunzione a operazioni di intelligence. È stato ampiamente usato durante la seconda guerra mondiale e la guerra fredda.

Il reverse engineering di sistemi software o hardware con scopi di interoperabilità, per esempio al fine di supportare formati di file o periferiche hardware non documentati, è prevalentemente ritenuto essere legale, sebbene i detentori spesso facciano valere aggressivamente i loro brevetti. Tuttavia, poiché nell’Unione europea non è passata la legge per i brevetti software, vige la legge del diritto penale informatico locale. Nel caso specifico italiano, la reingegnerizzazione a scopo di interoperabilità con altri sistemi (e solo a questo scopo) è un atto pienamente lecito ai sensi dell’art. 64 della legge 633 del 22 aprile 1941, come modificata dall’art. 5 del D. Lgs. 518/1992, sia in senso “leggero” (qualora egli compia tali atti durante operazioni di caricamento, visualizzazione, esecuzione, trasmissione o memorizzazione del programma che egli ha il diritto di eseguire) che in senso di decompilazione vera e propria, ma solo al fine di permettere l’interoperabilità del software con altri programmi. L’accezione di software è estesa per analogia a concetti informatici quali il formato di un file o la struttura interna di un protocollo.

Altri scopi del reverse engineering comprendono il security auditing, la rimozione di protezione da copia (“cracking“), l’aggiramento di restrizioni d’accesso spesso presenti in prodotti di elettronica di consumo, la pura curiosità, e la personalizzazione di sistemi embedded.

Insomma, è una cosa molto molto “geek”.

Chi mi conosce bene, sa che ho una certa quale predilezione per tutto quello che è genericamente definibile come “medievale”. A dira tutta, l’interesse che da sempre nutro per questi argomenti rappresenta la spina dorsale della mia “geekery”. Quindi, potremmo dire che i castelli esercitano un certo fascino sul sottoscritto. Sono sempre stato affascinato dall’architettura medievale, tanto quella dei castelli che quela delle cattedrali. Come gli architetti medievali siano riusciti a realizzare i loro capolavori con così limitate conoscenze di matematica e geometria e con così scarso supporto tecnologico, è, a tutt’oggi, un mistero. Decisamente intrigante. Tanto più intrigante quanto più si consideri che, fatta eccezione per alcuni rari  casi (ne sia esempio una mostra recentemente aperta ad Orvieto dedicata agli ottocento anni dall’apertura della Fabbrica del Duomo), non disponiamo di alcun registro o documento in merito, il che rende le ricerche decisamente ardue. Se sommiamo a tutto questo la facile constatazione che molti degli edifici in questione siano stati costruiti abbracciano archi temporali alquanto prolungati (in alcuni casi, secoli), appare difficile riuscire a tener dietro agli eventi che si sono succeduti nella realizzazione di molti dei capolavori architettonici del medioevo.

Mi sono imbattuto nel castello di Guedelon circa un anno fa e ne sono rimasto colpito. Il progetto, interamente avviato e condotto in Francia, ambisce a ricreare DA ZERO un castello medievale con le stesse tecniche e nello stesso modo in cui sarebbe stato creato nel 13esimo secolo. Tutto, finanche gli attrezzi utilizzati, è quanto più autentico possibile. Un team di esperti, responsabili della gestione del “cantiere”, ha quantificato in 25 anni il tempo di realizzazione dell’opera; iniziata nel 1997, la costruzione dovrebbe terminare nel 2022.

Anne Baud, membro del team è un archeologo professionista ed è titolare della cattedra presso l’Università di Lione; spiega: “il mio lavoro consiste normalmente nell’attività di ricerca condotta su rovine esistenti. Studiare e decomporre il muro di una costruzione ci porta molto lontano ma costituisce, sempre e comunque, un’attività intellettuale. Oggi, Guedelon sfida le nostre conoscenze trasferendole sul terreno della loro pratica realizzazione”. Per chi, come me, è spesso critico nei confronti delle ricostruzioni cinematografiche di armi, armature ed ambienti, questo progetto è un sogno che si avvera. Visitando il sito di Guedelon si ha netta la sensazione di un pieno controllo da parte del team su tutti i dettagli. E’ stata perfino realizzata una storia sociale del luogo da associare al sito in costruzione.

Tutti i dettagli, con foto e video, possono essere recuperati qui.

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Info andrea
Andrea vive e lavora a Roma. Due figli, una moglie ed una serie infinita di gadget tecnologici per restare in contatto con il mondo e con se stesso.

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