Nuova privacy, nuovo Facebook

Qualcuno di noi, quotidiani frequentatori di Facebook, avrà ricevuto una comunicazione da parte del nostro beneamato social network in ordine alla possibile variazione delle regole applicate da Zuckerberg e soci in tema di privacy. In particolare, si tratta di una richiesta di feedback relativa alla possibilità che l’attuale policy applicata da Palo Alto sia modificata nel senso di un maggiore accesso alle preferenze del singolo utente al fine di poter agganciare a ciascun profilo la migliore selezione di messaggi pubblicitari possibile.

Il motivo di una così pronunciata sterzata è innanzitutto di natura economica; molti sapranno che Facebook è una delle major del mondo internet e che, per una quota relativamente modesta (1,6%), è di proprietà della Microsoft di Bill Gates. Tenuto conto del montante impiegato da Microsoft per perfezionare questa operazione, non riteniamo di essere lontani dalla verità se stimiamo in oltre 10 miliardi di dollari il valore della creatura di Zuckerberg. Strano ma vero, Facebook, sia pure accreditata di siffatto valore, non è quotata in Borsa nè listata su eventuali mercati secondari a matrice tecnologica. Il problema della quotazione è direttamente connesso alla capacità dell’azienda Facebook di generare profitto; in effetti, Palo Alto ha raggiunto il break even point (il punto di pareggio di bilancio) solo nel 2009, dunque in pieno boom di acquisizione contatti ed utenti.

Dove ci porta questa considerazione? Al paradosso per cui Facebook è una società improduttiva di ricchezza, almeno per il momento. Il volano principale per poter recuperare la redditività necessaria e rendere finalmente il social network per eccellenza una macchina da soldi a prescindere dalla sua (potenziale) capitalizzazione è dunque rappresentato dal suo asset principale: gli utenti ed i loro profili.

Lo scopo della virata è quello di approfondire la conoscenza delle preferenze degli utenti e girare a terze parti (debitamente selezionate assicurano a Palo Alto) le informazioni recuperate tramite i propri spider. Il bottino è ingente poiché a prescindere dall’efficacia del messaggio pubblicitario (e, dunque, dalla sua capacità di tradursi in collocamento del prodotto), Facebook percepirà una commissione (una sorta di access fee) per ogni singolo utente “ri-profilato” (qualcuno ha detto AdSense di Google? Non è la stessa cosa…in questo caso la commissione dovrebbe essere certa ed inequivocabile e non ad insindacabile giudizio di qualcuno…). Dunque diverrà a tutti gli effetti una macchina produttrice di denaro, più di quanto non lo sia già.

Negli Stati Uniti una modifica, ancorché sostanziale della policy in tema di privacy non rappresenta una questione di epocale importanza: nel sistema del libero mercato, una restrizione od una variazione del modo con il quale il singolo utente si relaziona con Facebook non è vissuto come una minaccia ma viene considerato come uno strumento finalizzato al perfezionamento di un business. Nella cara vecchia Europa, costruita su secoli di storia del diritto, un qualsiasi mutamento della regolamentazione in tema di privacy non può che essere percepito come uno spettro da contrastare o, comunque, da esorcizzare tramite rituali di approfondimento e disamina di quanto Facebook vorrà specificatamente proporre.

Pertanto, attendiamo il varo definitivo delle modifiche promesse e la possibilità di leggere il nuovo testo relativo al trattamento dei dati personali prima di condannare/assolvere Zuckerberg; a differenza di quanto ha dichiarato un ministro del Governo tedesco (utente FB), attenderemo di verificare sul campo come sia cambiata la privacy in Facebook prima di minacciare l’abbandono del social network.

Ed in questo senso riteniamo ragionevole presumere che, a prescindere da quale sia il metodo di accesso ai nostri dati (comunque da disciplinare rigidamente e nel pieno rispetto del nostro diritto di utenti), e condividendo la preoccupazione dello sfruttamento commerciale indiscriminato delle informazioni pubblicate nei nostri profili, invocare con una mano la privacy quando con l’altra mettiamo la nostra vita privata online debba passare necessariamente attraverso un bagno di equilibrio ed equidistanza.

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Info andrea
Andrea vive e lavora a Roma. Due figli, una moglie ed una serie infinita di gadget tecnologici per restare in contatto con il mondo e con se stesso.

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